L’impatto sulla salute delle emissioni dei termovalorizzatori di rifiuti: i risultati di una revisione di letteratura

Il World Energy Council stima che la produzione globale di rifiuti raddoppierà da 3 a oltre 6 milioni di tonnellate al giorno nel decennio dal 2015 al 2025. Per gestire questa enorme massa di rifiuti solidi urbani, la termovalorizzazione è diventato il metodo più ampiamente utilizzato, essendo capace di ridurre il volume delle discariche fornendo al contempo energia. Si tratta tuttavia di un processo che porta all’emissione in atmosfera di sostanze tossiche di diversa natura, compresi inquinanti organici persistenti. Il lavoro pubblicato da Cole-Hunter e colleghi ha l’obiettivo di rivedere e riassumere le prove disponibili in letteratura sui potenziali effetti sulla salute (benefici e rischi) dell’esposizione alle emissioni di termovalorizzatori di rifiuti.

Gli studi su questo argomento sono pochi: la revisione ne ha inclusi 19, di cui due studi epidemiologici, cinque studi di monitoraggio ambientale, sette di valutazioni di impatto o rischio sulla salute e cinque valutazioni del ciclo di vita. Uno dei due studi epidemiologici è il primo di una serie di articoli che illustrano i risultati del programma SPoTT: la sua inclusione in una revisione sistematica dimostra l’elevato livello scientifico e l’importanza internazionale dei risultati riportati.

Gli autori della revisione affermano che complessivamente le prove disponibili sono limitate, ma suggeriscono che impianti di termovalorizzazione ben progettati e gestiti, che utilizzano materie prime selezionate (CDR), possono contenere i potenziali impatti negativi sulla salute per la minore pericolosità delle emissioni legate a questo tipo di combustione, rispetto alla discarica o all’incenerimento non differenziato e senza produzione di energia. E’ evidente che il flusso di rifiuti in ingresso può influenzare le emissioni inquinanti: gli impianti alimentati con rifiuti di scarsa qualità possono emettere sostanze tossiche concentrate con gravi rischi potenziali per la salute, come diossine/furani e metalli pesanti; queste sostanze possono rimanere problematiche nelle ceneri come sottoprodotto della combustione.

La maggior parte degli studi di modellizzazione analizzati stima che l’elettricità (per unità) generata dai termovalorizzatori generalmente emetta meno inquinanti atmosferici rilevanti per la salute (e anche meno gas serra) rispetto alla combustione di combustibili fossili (ad es. carbone). Alcune stime variano a causa della sensibilità del modello per il tipo di rifiuti trattati, input utilizzati e condizioni operative della struttura.

Gli autori concludono dicendo che per proteggere la salute umana è necessaria una valutazione rigorosa delle caratteristiche tecnologiche degli impianti e della tipologia di rifiuti utilizzata a partire dalla fase di progettazione/proposta della struttura. È inoltre necessario il monitoraggio e il controllo ambientale sia in fase di progettazione sia successivamente, durante la conduzione dell’impianto. In particolare gli studi di modellizzazione dovrebbero essere basati su solide assunzioni (ad es. sui dati di emissione, sui dati atmosferici, sui dati reali di popolazione). Deve inoltre essere data grande attenzione ai dati sanitari utilizzati e alle ipotesi formulate per le dosi di riferimento, le funzioni di concentrazione-risposta, la durata e la frequenza dell’esposizione.

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